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INCONTRI SCOMODI

La scena è sempre la stessa, a scuola, per strada, in un negozio.

Tu e lui (o lei).

A volte si passeggia e basta.

A volte si insegna e si impara.

A volte ci si muove da un luogo all’altro.

Tu – lui – e l’altro.

Lui ha un’età indefinibile – può essere un bambino piccolo, un adolescente, un adulto.

Se lo guardi bene, ti accorgi subito che ha qualcosa di diverso dagli altri: nel modo di camminare, nello sguardo, nel modo di parlare.

Forse non ci vede.

A volte non ci sente.

Magari non cammina.

 

L’altro è l’uomo (o la donna) della strada, quello che vi incrocia, anche solo con lo sguardo.

Nella migliore delle ipotesi è solo uno sguardo breve, poi continua per la sua strada.

Se è il vostro giorno fortunato.

Altrimenti ti rivolge la parola. TI – a te. A lui, mai.

 

– Poverino!

(Sguardo colmo di pena infinita, tono di voce sufficientemente alto da essere udito distintamente da me – e da lui. Non ci sono commenti.)

 

– Cos’ha?

(Stesso sguardo, stesso tono.

E tu? Che problemi hai? – mi sale proprio alle labbra, a volte lo mormoro, anche – poi faccio uno sforzo e mando tutto giù, da brava.)

– Cos’ha in che senso?!

(Di solito questa risposta lo lascia molto perplesso – talvolta è sufficiente ad accendergli una lampadina nel cervello, e desiste. Talvolta.)

 

– Ma capisce?

(Di sicuro ha capito che sei un idiota! Tesoro mio, la prossima volta che usciamo ti metto il paraorecchie, promesso.)

 

– Caro, che bello!

(Qui, dipende. C’è tono e tono. E circostanza. Spesso, sembra quasi un ma-come-può-essere-bello? – o un beh-almeno-è-bello.

Se detto ad un lui ormai ventenne, state sicuri che il diretto interessato vi guarderà con la bocca semiaperta per lo stupore e uno sguardo tipo e-questo-chi-cazzo-è.)

 

– Mamma mia, che brava! Che pazienza!

(Sì, Madre Teresa di Calcutta. Ho sentito che stanno pensando anche di farmi un mezzo busto, da qualche parte. Non a caso, fanno sempre tutti i salti mortali per lavorare con me. Non a caso la frase preferita dell’ultima persona che ha beneficiato dei miei servigi era “Spero solo che la prossima insegnante sia un po’ meno rompipalle”. Lei di sicuro col mio mezzo busto ci giocherebbe a tiro al bersaglio)

 

– Eh, ci vuole proprio vocazione per fare questo lavoro!

(Davvero?! Ma guarda un po’, è la stessa cosa che penso quando guardo gli impiegati all’ufficio postale. E in ogni caso, mai uno che sostituisca vocazione con preparazione… Considerazione sociale del mio lavoro pari a zero. Grazie, davvero, ora posso quasi dimenticarmi che guadagno meno di una colf – con il massimo rispetto che nutro per la categoria.)

 

– Ma non ci vede? Ma proprio niente?

(Ma lei è bionda tinta? Si è rifatta il naso? E quanti anni ha? Suo marito l’ha mai tradita con una più giovane?)

 

– Ma è nato così?

(Lui probabilmente sì, ma nel tuo caso ci dev’essere stato qualche evento traumatico, sennò non si spiega.)

 

– Eh, queste persone hanno una sensibilità che noi non abbiamo!

(Stavolta, parla di lui. Ne parla di nuovo in terza persona, come se non fosse presente. Ne parla con un NOI  che sottintende un LORO e crea una voragine di distacco.

Di sicuro, spesso, a noi manca la sensibilità di tacere – questo mi pare evidente.)

 

– …

 

Temo che potrei continuare all’infinito. Ma credo di aver reso l’idea.

Come ho scritto in precedenza in un altro post, rapportarsi con la disabilità può essere difficile, imbarazzante, scomodo.

Vi dico un segreto: non dovete farlo per forza.

Non è un dovere.

Non è una missione.

Se però scegliete di farlo comunque, scoprirete che il modo giusto, quello politically correct, non esiste.

Pensate a questo, ancora una volta: avete davanti una persona.

Una persona, non un cieco, un sordo, un …

Se vi trovaste di fronte ad uno sconosciuto che vi si avvicina per fare conversazione, cosa vi piacerebbe che vi dicesse, come prima cosa?

A me, forse, il suo nome.

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D COME DIVERSO

Diverso Disabile Distrofico Down Deficiente Differente Distonico D…

Nell’era del politically correct, si cerca di colmare il gap, la separazione tra NOI  e LORO con espedienti linguistici – il più improbabile che ho sentito è stato DIFFERENTEMENTE ABILI.

Se arrivi senza fiato all’ultima sillaba, siamo in due.

Certo per gli appassionati di linguistica e semiotica il linguaggio condiziona il pensiero – e allora cercare parole nuove per realtà che esistono da sempre è sintomo di un nuovo modo di pensare.

Non posso far a meno di pensare, tuttavia, che un aggettivo scelto per definire una categoria ci impedisca di vedere le sfumature – quelle grandi, quelle minuscole – che contraddistinguono il nostro essere individui.

(P come Persona)

Questo blog sproloquia di argomenti del genere.

Lo fa a modo mio.

Lo fa come una specie di tributo a tutti quei bambini e ragazzi molto speciali che ho avuto la fortuna di incontrare, alle loro famiglie e alle altre persone che, come me, a volte hanno inventato insieme a loro nuovi percorsi.

Da questi sono spesso nate avventure incredibili.