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AL SUPERMERCATO…

Preferisco far la spesa il lunedì mattina, con i pensionati.
Preferisco la lentezza esasperante del lunedì mattina alla velocità nevrotica del sabato pomeriggio.
Soprattutto da quando faccio la spesa col nano – e mi muovo tra gli scaffali come una tartaruga.
Il nano, bello infilato nella fascia, continua ad occupare esattamente il posto che gli spettava otto mesi fa, solo che ora dalla mia pancia sbucano piedi, mani e testa.
Girovaghiamo tra gli scaffali alla ricerca di tutto quello che potrebbe servire a noi – felicemente dimentichi dell’opportunità di scrivere una lista prima di uscire di casa.

Arriviamo all’altezza di una commessa, intenta a sistemare gli scaffali.
Si volta. Sorride.
Il nano sorride e protende le manine grassocce.
La commessa gli allunga un dito.
– Ciao bellissimo!
– Ghè ghè. [gorgheggi naneschi]
– Buongiorno signora, ma che bel bambino, quanti mesi ha?
– Otto.
– Caro!
– Ghè ghè. [il nano è maschio. Terribilmente vanitoso.]
La commessa sorride e gli parla dolcemente.
Il nano si protende tutto. Gli manca solo la coda del pavone.
Le afferra il dito e non lo molla, tutto bava, gengive e sorrisi.
Lei, delicatamente, gli bacia la manina.
– Arrivederci signora! Tanti auguri e complimenti ancora!
Sorrido e ringrazio.
La commessa torna a sistemare gli scaffali.
Io mi avvio spedita verso l’angolo della corsia.
Appena in tempo! Ho già la lacrimuccia che mi scende.

La lacrima non nasce – sappiatelo – dal mio orgoglio materno.
La commozione – che rivivo anche ora, ripensandoci – dipende dal fatto che scene come questa riscattano le persone con sindrome di Down da tutti i pregiudizi.
Una basta a dimostrare che l’errore – quando il risultato è diverso da questo – sta nel nostro modo di pensare, agire, educare.
E poi – sì, lo ammetto – persone come questa commessa mi rendono decisamente più piacevole fare la spesa.

[Questo post doveva uscire ieri, 21 marzo, per la Giornata Mondiale della Sindrome di Down.
Prendetevela con mio figlio – io sono sempre stata una persona puntuale.]

PROSPETTIVE

Tecnicamente, il bicchiere è sempre pieno.
Dipende da cosa cerchiamo e dalla nostra capacità di OSSERVARE.

bicchiere pieno per metà d'acqua e per metà d'aria

 

[L’immagine non è mia e mi scuso con l’autore per l’appropriazione indebita]

INCONTRI ACCOMODATI

Alla manifestazione del 19 maggio, per la prima volta nella mia vita, mi trovo immersa in un mare di gente, in cui le persone sane sono in minoranza.

Sulla metro, a fianco a me, una ragazza segna animatamente in LIS.
Capisco qualche segno – dove, aspetta, grazie.
Mi prudono le mani dalla voglia di comunicare.

Uomo della strada (vedi post precedente), non ce l’ho con te.
Di sicuro tu sei armato delle migliori intenzioni – la tua è una curiosità positiva e la voglia di entrare in contatto con la persona che è al mio fianco è ben diversa dall’indifferenza di chi si volta dall’altra parte per non vederci.

La persona che è con me, però, ha esigenze speciali – e un’altrettanto speciale sensibilità.
Cerca di capire – io sono dannatamente protettiva.
Per leggerezza, potresti ferirla in modi che tu nemmeno immagini.

Questa persona che io conosco, che io accompagno, a cui insegno, è sotto la mia responsabilità.
Di me si fida.
E spesso questa fiducia è stata costruita con enorme fatica da parte di entrambi.
Di certo, è il terreno comune su cui camminiamo ogni volta che siamo insieme.

Il suo essere speciale la rende una persona più fragile di te – più fragile anche di me.
La sua fragilità merita il nostro rispetto e la nostra attenzione.

Uomo della strada, a volte non è il momento giusto perché tu ti avvicini.
Altre volte, semplicemente, è la persona a non voler essere avvicinata.
E, se lo desidera quanto te, ha bisogno comunque che tu lo faccia nel modo migliore per entrambi.
È vero, tu non sai come fare, non sai da che parte iniziare.
Ma in mezzo tra te e lei, ci sono io.

USAMI – LEGGIMI.

Se sei il benvenuto, ti sorriderò incoraggiante e in qualche modo ti inviterò ad unirti a noi.
Quando lo fai, cerca di non parlare della persona che ho accanto come se non ci fosse.

TI ASCOLTA.
Sente le tue parole e anche quando non le capisce tutte, ne percepisce il tono.
Ricordati di aver davanti qualcuno di cui non sai nulla e comportati con discrezione e rispetto.

Vedrai, andrà tutto bene.

Guardami, ascoltami – sarò io a farti capire se sei sulla strada giusta.
Sono qui per questo, dopo tutto.

Se mi irrigidisco, se evito il tuo sguardo, se fingo di non notare il tuo interesse, non insistere.
Verranno altri incontri, altri momenti.
Giornate migliori di oggi.

Per la cronaca, il 19 maggio non ho chiacchierato con la ragazza sul metro.
E nemmeno dopo, in piazza, con tutti quelli che ho incontrato.
Per molti era una grande festa. Per altri un bagno di folla causa di enorme tensione.
Ho sorriso a tutti quelli che ho incontrato e spesso mi hanno ricambiata con un sorriso.
Mi è sembrato un bel modo di mostrare vicinanza – così, senza invadere il loro spazio.

F COME FIGLIO

Sono già una mamma degenere – prima ancora di iniziare.

Ti trascino alle manifestazioni sotto il sole milanese, obbligando entrambi ad un tour de force che ci fa passare il resto della giornata a letto.

Il tutto – manco a dirlo – per i diritti di persone che tu nemmeno conosci.

Scusa in anticipo per tutte le volte che succederà ancora – per tutte le battaglie che sceglierò di fare e che – inevitabilmente – coinvolgeranno anche te.

Te lo dico perché probabilmente non sempre ne capirai la necessità.

Te lo dico perché le crociate contro l’imbecillità sono una delle mie specialità.

Sono quasi otto mesi che sento la stessa litania – come un mantra che circonda me e le altre quasimamme – L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO – L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO.

Intendiamoci, piccoletto – non hai una madre tanto degenere da non augurarsi che tu lo sia.

Lo spero, come spero per te un sacco di altre cose.

Diciamo solo che non è la prima cosa che mi viene in mentre quando penso a te.

Anzi, mi chiedo perché non ho mai sentito nessuno dire L’IMPORTANTE È CHE SIA FELICE.

O, meglio ancora: L’IMPORTANTE È CHE SI SENTA AMATO E ACCETTATO PER QUELLO CHE È.

Che tu sia altro da me, mi pare incredibilmente evidente – del resto me lo dimostri quasi tutti i giorni, reagendo in modo tuo a tutto quello che ci succede intorno.

E nel momento stesso in cui nascerai, questo essere altro da me, questo tuo appartenere solo a te stesso, ti contraddistinguerà come persona – DIVERSA da me, nella tua individualità.

Di sicuro, la nostra diversità ci farà scontrare.

Spero anche ci aiuti a crescere.

Certo è che a te – forse più che ad altri – tocca una mamma un po’ così.

Soprattutto, ti tocca una mamma convinta che la DIVERSITÀ ci renda tutti più ricchi.

Ecco.

Probabilmente l’importante è che per me tu sarai diverso da tutti gli altri.