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S COME SCHIFO

Nella mia scuola elementare i bambini disabili erano tre, un maschio e due femmine.

La più grande, un paio di classi avanti a me, era autistica e passava tutta la ricreazione a chiacchierare con un cespuglio di rose.

Tra i bambini del mio stesso anno, ma nell’altra sezione, ce n’era uno con la sindrome di Down, famoso perché ogni tanto durante la ricreazione si toglieva tutti i vestiti e rimaneva nudo in cortile.

Poi c’era quella bambina.

Quella con la macchia rossa sulla faccia, quella con un occhio sempre chiuso.

Mi ricordo benissimo che una volta mia madre aveva detto “Nessuno sa cosa ci sia, dietro quelle palpebre”.

Frasi che per un adulto sono banali, aprono nell’immaginazione dei bambini vere e proprie voragini – così per me dietro quell’occhio chiuso e gonfio si nascondevano i misteri che rendevano lei diversa da noi.

Mi faceva paura. Tanta.

E anche un po’ schifo, durante la ricreazione, quando mangiava la merenda.

Sì, insomma: masticava la banana con la bocca spalancata.

Per me era un incubo e durante la ricreazione la evitavo in tutti i modi.

Inutile dirlo, me ne vergognavo tantissimo. Mai, mai a nessuno avrei confessato che mi si chiudeva lo stomaco, a vederla mangiare.

Recuperavo il mio orgoglio un po’ come potevo, magari facendo conversazione con lei in momenti in cui non c’era cibo nelle vicinanze.

Mi sentivo proprio una vigliacca.

Se ci ripenso ora, dopo anni passati con bambini e ragazzi disabili, la parte più difficile è sempre stata questa: stare in mezzo tra loro e gli altri. Trovare un modo per guidare l’interazione. E farlo rispettando anche il diritto del bambino sano ad essere aiutato nelle sue, di difficoltà.

Il senso di colpa non migliora l’integrazione – la conoscenza e il rispetto sì.

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