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ENERGIA PURA

Ad un corso ci avevano spiegato che l’acqua tiepida è l’ambiente ideale per ridurre l’ipertono.

Immaginate – aveva detto l’istruttore – che la forza che voi applicate per estendere l’avambraccio sia pari a 10. Ecco, un bambino con l’ipertono applica una forza 1000. Ecco perché il braccio è rigido e il movimento impossibile.

Cercate di evitare espressioni come “FORZA, DAI!” – perché più forza lui ci mette, più difficile diventa il tutto.

Era vero. Nell’acqua – con pazienza – si aprivano mani che normalmente erano chiuse a pugno.

Si distendevano le braccia e i bambini si trasformavano improvvisamente in tanti aeroplani.

Il sonoro, ce lo mettevamo noi.

Dopo un anno in piscina, finalmente venne anche il mio turno.

Un utente fisso.

Utente – che parola tremenda.

Soprattutto perché con quegli occhi blu non aveva proprio niente a che fare.

No, non blu – addirittura grigio blu.

Ci vollero non più di cinque minuti per stabilire che una sfumatura così non l’avevo mai vista.

Forse uno o due in più per innamorarmi anche del sorriso.

Non so cosa succede, nell’acqua – come se il tuo corpo diventasse tramite espressivo di quello di un altro – come a terra non può succedere.

Non so quanto tempo servì ad entrambe, prima che io riuscissi a capire dove voleva essere portata dalla direzione dello sguardo, dal tendesi dei muscoli del collo.

Però mi ricordo esattamente quel giorno, quell’attimo di follia nel gioco.

La sollevai in alto e la lanciai lontano, nell’acqua.

Per una frazione di secondo, pensai di averla uccisa – giuro.

Pensai che avevo di sicuro frainteso i suoi segnali, che non era pronta, che di sicuro in quel momento non riusciva a respirare né a capire cosa fosse successo. Pensai che non si sarebbe più fidata di me, che non si sarebbe più lasciata andare.

Ho vivida in mente l’immagine del suo corpo sotto il pelo dell’acqua – immobile.

Solo un istante –  poi il cervello riprese il controllo e mi precipitai a recuperarla.

Rideva.

Rideva di una risata così enorme e felice, che mi misi a ridere anch’io.

Avevo capito.

Non ci guardava nessuno ed eravamo le sole spettatrici della nostra piccola avventura, che a raccontarla dopo non sarebbe più stata la stessa cosa.

Un momento di magia – mio e suo.

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