LIBRI TATTILI

Qui di seguito alcune considerazioni che ho inviato alla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi di Roma insieme ad una collega ( e carissima amica).

L’occasione per riflettere sullo strumento del libro tattile ci è stata data dal concorso “Tocca a Te!”.

http://www.libritattili.prociechi.it/lt/index.php?module=announce&ANN_user_op=view&ANN_id=42

8 LUGLIO 2011

D come diverso è in pausa per transito cicogna.
Mentre andate al mare, cerco di imparare a fare la mamma.

piedino

G COME GIOCARE – in difesa di un diritto

giocoA volte ho la netta sensazione che i bambini crescerebbero meglio se ci astenessimo dall’intervenire – se la piantassimo di chiederci cosa dobbiamo fare PER loro e iniziassimo a pensare a tutto quello che possiamo fare CON loro.

Siamo così preoccupati di insegnare loro QUALCOSA, che il COME e il PERCHÉ apprendono sembra passare in secondo piano.

I bambini giocano.
È talmente scontato che sembra banale.
I bambini imparano giocando.
Già, perché PRIMA viene il divertimento, POI l’apprendimento.
Se i bambini si divertono ad esplorare e scoprire, imparano meglio e più velocemente.

Lo dicono i manuali, gli esperti – persino la tv.

E i bambini disabili?
Sono diversi, d’accordo – ma giocano?
E se giocano – come giocano?

A guardarli da vicino – sembra che per loro lo status di BAMBINI venga sempre DOPO quello di disabili.

Cosa fanno, mentre crescono?

Fisioterapia,
logopedia,
musicoterapia,
ippoterapia,
psicomotricità,
psicoterapia,…

Sono tutte attività di cui non metto in dubbio l’utilità e l’efficacia.
Il risultato però è che questi bambini spesso hanno apiù terapisti che amici.
Non hanno tempo libero – ma agende degne di un manager.

Il momento del gioco sembra loro precluso perché devono IMPARARE – quasi dovessero sempre essere trascinati in una corsa, nel tentativo di colmare il gap che li separa dagli altri.

Imprigionati dalle teorie, ansiosi di FARE, bisognosi di vedere dei risultati – ecco che tradiamo il bambino e, in un certo senso, contribuiamo a creare il disabile.
Ci perdiamo in un esame attento e minuzioso di ciò che è possibile o impossibile raggiungere – cosa può o non può fare – togliendo a noi e a lui il piacere di scoprire insieme cosa può accadere se ci lasciamo trasportare dalla fantasia e dall’immaginazione.

Cambiamo prospettiva: concediamoci il lusso di osservare i bambini.
Guardiamoli FARE – anche quando apparentemente non stanno facendo nulla.
Entriamo in contatto con loro in questo modo – inserendoci nel loro gioco, dimenticando scopi e obiettivi, prendendoci TEMPO.
Dimentichiamo le teorie per lasciare che, insieme a queste, si dissolva la disabilità – così affioreranno ad una ad una le abilità di quel bambino che abbiamo di fronte.

Sarà proprio LUI ad insegnare a NOI che spesso l’unico vero limite a ciò che possiamo fare insieme è proprio la nostra mancanza di immaginazione.

DALLA SCIENZA CON AMORE

A volte – nella mia testa – brucio le tappe.
Mi viene voglia di raccontare tutto e subito – gli argomenti si concentrano tutti insieme in poco spazio e mi prende una specie di frenesia.

In poche parole – la voglia di raccontare rischia di compromettere la chiarezza.
Per questo proverò a fare un passo indietro – tornando ancora una volta alle mie origini.

Durante l’università, c’era un amico che studiava psicologia.
Le discussioni tra lui e i suoi compagni di corso erano accese e l’oggetto del contendere era un esame col nome che suonava come una condanna – FONDAMENTI DI NEUROSCIENZE – e un librone voluminoso con la copertina nera – il temuto Kandel – che per mole e contenuto era distante anni luce da quello che studiavo io all’epoca, nonché dai miei interessi.
L’amico in questione era invece un vero fanatico della materia – capace di intrattenere chiunque fosse disposto ad ascoltarlo per più di cinque minuti con vere e proprie conferenze.

Suppongo che furono quelle le prime volte che sentii parlare di plasticità cerebrale – e sentii nominare quello che in seguito diventò uno dei miei autori preferiti, Oliver Sacks.

Per la me di allora – semplicemente una noia mortale.

Dati gli esordi, sarebbe stato impossibile prevedere che in seguito tra me e quella macchina meravigliosa che è il cervello umano sarebbe scoccata una scintilla di autentico amore.

Il cervello – proprio lui – un congegno di incredibile potenza e fascino, che oltre a permetterci di funzionare, ci connette con tutto quello che è FUORI dal nostro corpo – regalando alla realtà un senso, un ordine, un’organizzazione coerente.

Questo almeno quando tutto funziona secondo la norma.
E quando invece le cose vanno diversamente?
Quando l’essere umano non è integro – o non lo è il suo cervello – che succede alla macchina meravigliosa?
Verrebbe da dire che il meccanismo si inceppa e fallisce. Che non funziona.

E INVECE NO.

Proprio qui sta la meraviglia: il cervello si riorganizza sulla base di quello che ha a disposizione.
Come dire che improvvisa ricette con quello che trova nel frigo.
I risultati sono diversi da quelli canonici, ovvio.
Spesso sfuggono alla nostra capacità di previsione – alla nostra e a quella di medici ed esperti, con buona pace delle loro teorie.

Anche nella disabilità più grave, il cervello è ATTIVO e costruttivo – si struttura in modo tale da sfruttare al massimo le risorse che ha a disposizione.
E non lo dico io – lo dimostra la scienza.

Come a dire che il cervello è strutturalmente predisposto per vedere l’aria, al posto del mezzo bicchiere vuoto (v. immagine del post precedente).
E lo fa SEMPRE.
E se lo fa lui, perché non dovremmo esserne capaci noi?

Il bicchiere sempre pieno di qualcosa, restituisce un significato profondo alla parola INDIVIDUO.
E apre all’immaginazione di chi educa nuovi scenari di possibilità, accessibili ad un solo, piccolissimo prezzo:

CAMBIARE PUNTO DI VISTA.

PROSPETTIVE

Tecnicamente, il bicchiere è sempre pieno.
Dipende da cosa cerchiamo e dalla nostra capacità di OSSERVARE.

bicchiere pieno per metà d'acqua e per metà d'aria

 

[L’immagine non è mia e mi scuso con l’autore per l’appropriazione indebita]

INCONTRI ACCOMODATI

Alla manifestazione del 19 maggio, per la prima volta nella mia vita, mi trovo immersa in un mare di gente, in cui le persone sane sono in minoranza.

Sulla metro, a fianco a me, una ragazza segna animatamente in LIS.
Capisco qualche segno – dove, aspetta, grazie.
Mi prudono le mani dalla voglia di comunicare.

Uomo della strada (vedi post precedente), non ce l’ho con te.
Di sicuro tu sei armato delle migliori intenzioni – la tua è una curiosità positiva e la voglia di entrare in contatto con la persona che è al mio fianco è ben diversa dall’indifferenza di chi si volta dall’altra parte per non vederci.

La persona che è con me, però, ha esigenze speciali – e un’altrettanto speciale sensibilità.
Cerca di capire – io sono dannatamente protettiva.
Per leggerezza, potresti ferirla in modi che tu nemmeno immagini.

Questa persona che io conosco, che io accompagno, a cui insegno, è sotto la mia responsabilità.
Di me si fida.
E spesso questa fiducia è stata costruita con enorme fatica da parte di entrambi.
Di certo, è il terreno comune su cui camminiamo ogni volta che siamo insieme.

Il suo essere speciale la rende una persona più fragile di te – più fragile anche di me.
La sua fragilità merita il nostro rispetto e la nostra attenzione.

Uomo della strada, a volte non è il momento giusto perché tu ti avvicini.
Altre volte, semplicemente, è la persona a non voler essere avvicinata.
E, se lo desidera quanto te, ha bisogno comunque che tu lo faccia nel modo migliore per entrambi.
È vero, tu non sai come fare, non sai da che parte iniziare.
Ma in mezzo tra te e lei, ci sono io.

USAMI – LEGGIMI.

Se sei il benvenuto, ti sorriderò incoraggiante e in qualche modo ti inviterò ad unirti a noi.
Quando lo fai, cerca di non parlare della persona che ho accanto come se non ci fosse.

TI ASCOLTA.
Sente le tue parole e anche quando non le capisce tutte, ne percepisce il tono.
Ricordati di aver davanti qualcuno di cui non sai nulla e comportati con discrezione e rispetto.

Vedrai, andrà tutto bene.

Guardami, ascoltami – sarò io a farti capire se sei sulla strada giusta.
Sono qui per questo, dopo tutto.

Se mi irrigidisco, se evito il tuo sguardo, se fingo di non notare il tuo interesse, non insistere.
Verranno altri incontri, altri momenti.
Giornate migliori di oggi.

Per la cronaca, il 19 maggio non ho chiacchierato con la ragazza sul metro.
E nemmeno dopo, in piazza, con tutti quelli che ho incontrato.
Per molti era una grande festa. Per altri un bagno di folla causa di enorme tensione.
Ho sorriso a tutti quelli che ho incontrato e spesso mi hanno ricambiata con un sorriso.
Mi è sembrato un bel modo di mostrare vicinanza – così, senza invadere il loro spazio.

F COME FIGLIO

Sono già una mamma degenere – prima ancora di iniziare.

Ti trascino alle manifestazioni sotto il sole milanese, obbligando entrambi ad un tour de force che ci fa passare il resto della giornata a letto.

Il tutto – manco a dirlo – per i diritti di persone che tu nemmeno conosci.

Scusa in anticipo per tutte le volte che succederà ancora – per tutte le battaglie che sceglierò di fare e che – inevitabilmente – coinvolgeranno anche te.

Te lo dico perché probabilmente non sempre ne capirai la necessità.

Te lo dico perché le crociate contro l’imbecillità sono una delle mie specialità.

Sono quasi otto mesi che sento la stessa litania – come un mantra che circonda me e le altre quasimamme – L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO – L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO.

Intendiamoci, piccoletto – non hai una madre tanto degenere da non augurarsi che tu lo sia.

Lo spero, come spero per te un sacco di altre cose.

Diciamo solo che non è la prima cosa che mi viene in mentre quando penso a te.

Anzi, mi chiedo perché non ho mai sentito nessuno dire L’IMPORTANTE È CHE SIA FELICE.

O, meglio ancora: L’IMPORTANTE È CHE SI SENTA AMATO E ACCETTATO PER QUELLO CHE È.

Che tu sia altro da me, mi pare incredibilmente evidente – del resto me lo dimostri quasi tutti i giorni, reagendo in modo tuo a tutto quello che ci succede intorno.

E nel momento stesso in cui nascerai, questo essere altro da me, questo tuo appartenere solo a te stesso, ti contraddistinguerà come persona – DIVERSA da me, nella tua individualità.

Di sicuro, la nostra diversità ci farà scontrare.

Spero anche ci aiuti a crescere.

Certo è che a te – forse più che ad altri – tocca una mamma un po’ così.

Soprattutto, ti tocca una mamma convinta che la DIVERSITÀ ci renda tutti più ricchi.

Ecco.

Probabilmente l’importante è che per me tu sarai diverso da tutti gli altri.