Archive for maggio 2011

F COME FIGLIO

Sono già una mamma degenere – prima ancora di iniziare.

Ti trascino alle manifestazioni sotto il sole milanese, obbligando entrambi ad un tour de force che ci fa passare il resto della giornata a letto.

Il tutto – manco a dirlo – per i diritti di persone che tu nemmeno conosci.

Scusa in anticipo per tutte le volte che succederà ancora – per tutte le battaglie che sceglierò di fare e che – inevitabilmente – coinvolgeranno anche te.

Te lo dico perché probabilmente non sempre ne capirai la necessità.

Te lo dico perché le crociate contro l’imbecillità sono una delle mie specialità.

Sono quasi otto mesi che sento la stessa litania – come un mantra che circonda me e le altre quasimamme – L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO – L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO.

Intendiamoci, piccoletto – non hai una madre tanto degenere da non augurarsi che tu lo sia.

Lo spero, come spero per te un sacco di altre cose.

Diciamo solo che non è la prima cosa che mi viene in mentre quando penso a te.

Anzi, mi chiedo perché non ho mai sentito nessuno dire L’IMPORTANTE È CHE SIA FELICE.

O, meglio ancora: L’IMPORTANTE È CHE SI SENTA AMATO E ACCETTATO PER QUELLO CHE È.

Che tu sia altro da me, mi pare incredibilmente evidente – del resto me lo dimostri quasi tutti i giorni, reagendo in modo tuo a tutto quello che ci succede intorno.

E nel momento stesso in cui nascerai, questo essere altro da me, questo tuo appartenere solo a te stesso, ti contraddistinguerà come persona – DIVERSA da me, nella tua individualità.

Di sicuro, la nostra diversità ci farà scontrare.

Spero anche ci aiuti a crescere.

Certo è che a te – forse più che ad altri – tocca una mamma un po’ così.

Soprattutto, ti tocca una mamma convinta che la DIVERSITÀ ci renda tutti più ricchi.

Ecco.

Probabilmente l’importante è che per me tu sarai diverso da tutti gli altri.

M COME MOBILITIAMOCI

Milano, 19 maggio 2011

Manifestazione indetta dalla LEDHA per dire “NO AI TAGLI AI SERVIZI SOCIALI”.

Io – pancia in fuori – c’ero.

Mio figlio potrà vantarsi di aver preso posizioni inequivocabili ancor prima di nascere.

manifestanti in piazza

INCONTRI SCOMODI

La scena è sempre la stessa, a scuola, per strada, in un negozio.

Tu e lui (o lei).

A volte si passeggia e basta.

A volte si insegna e si impara.

A volte ci si muove da un luogo all’altro.

Tu – lui – e l’altro.

Lui ha un’età indefinibile – può essere un bambino piccolo, un adolescente, un adulto.

Se lo guardi bene, ti accorgi subito che ha qualcosa di diverso dagli altri: nel modo di camminare, nello sguardo, nel modo di parlare.

Forse non ci vede.

A volte non ci sente.

Magari non cammina.

 

L’altro è l’uomo (o la donna) della strada, quello che vi incrocia, anche solo con lo sguardo.

Nella migliore delle ipotesi è solo uno sguardo breve, poi continua per la sua strada.

Se è il vostro giorno fortunato.

Altrimenti ti rivolge la parola. TI – a te. A lui, mai.

 

– Poverino!

(Sguardo colmo di pena infinita, tono di voce sufficientemente alto da essere udito distintamente da me – e da lui. Non ci sono commenti.)

 

– Cos’ha?

(Stesso sguardo, stesso tono.

E tu? Che problemi hai? – mi sale proprio alle labbra, a volte lo mormoro, anche – poi faccio uno sforzo e mando tutto giù, da brava.)

– Cos’ha in che senso?!

(Di solito questa risposta lo lascia molto perplesso – talvolta è sufficiente ad accendergli una lampadina nel cervello, e desiste. Talvolta.)

 

– Ma capisce?

(Di sicuro ha capito che sei un idiota! Tesoro mio, la prossima volta che usciamo ti metto il paraorecchie, promesso.)

 

– Caro, che bello!

(Qui, dipende. C’è tono e tono. E circostanza. Spesso, sembra quasi un ma-come-può-essere-bello? – o un beh-almeno-è-bello.

Se detto ad un lui ormai ventenne, state sicuri che il diretto interessato vi guarderà con la bocca semiaperta per lo stupore e uno sguardo tipo e-questo-chi-cazzo-è.)

 

– Mamma mia, che brava! Che pazienza!

(Sì, Madre Teresa di Calcutta. Ho sentito che stanno pensando anche di farmi un mezzo busto, da qualche parte. Non a caso, fanno sempre tutti i salti mortali per lavorare con me. Non a caso la frase preferita dell’ultima persona che ha beneficiato dei miei servigi era “Spero solo che la prossima insegnante sia un po’ meno rompipalle”. Lei di sicuro col mio mezzo busto ci giocherebbe a tiro al bersaglio)

 

– Eh, ci vuole proprio vocazione per fare questo lavoro!

(Davvero?! Ma guarda un po’, è la stessa cosa che penso quando guardo gli impiegati all’ufficio postale. E in ogni caso, mai uno che sostituisca vocazione con preparazione… Considerazione sociale del mio lavoro pari a zero. Grazie, davvero, ora posso quasi dimenticarmi che guadagno meno di una colf – con il massimo rispetto che nutro per la categoria.)

 

– Ma non ci vede? Ma proprio niente?

(Ma lei è bionda tinta? Si è rifatta il naso? E quanti anni ha? Suo marito l’ha mai tradita con una più giovane?)

 

– Ma è nato così?

(Lui probabilmente sì, ma nel tuo caso ci dev’essere stato qualche evento traumatico, sennò non si spiega.)

 

– Eh, queste persone hanno una sensibilità che noi non abbiamo!

(Stavolta, parla di lui. Ne parla di nuovo in terza persona, come se non fosse presente. Ne parla con un NOI  che sottintende un LORO e crea una voragine di distacco.

Di sicuro, spesso, a noi manca la sensibilità di tacere – questo mi pare evidente.)

 

– …

 

Temo che potrei continuare all’infinito. Ma credo di aver reso l’idea.

Come ho scritto in precedenza in un altro post, rapportarsi con la disabilità può essere difficile, imbarazzante, scomodo.

Vi dico un segreto: non dovete farlo per forza.

Non è un dovere.

Non è una missione.

Se però scegliete di farlo comunque, scoprirete che il modo giusto, quello politically correct, non esiste.

Pensate a questo, ancora una volta: avete davanti una persona.

Una persona, non un cieco, un sordo, un …

Se vi trovaste di fronte ad uno sconosciuto che vi si avvicina per fare conversazione, cosa vi piacerebbe che vi dicesse, come prima cosa?

A me, forse, il suo nome.

ENERGIA PURA

Ad un corso ci avevano spiegato che l’acqua tiepida è l’ambiente ideale per ridurre l’ipertono.

Immaginate – aveva detto l’istruttore – che la forza che voi applicate per estendere l’avambraccio sia pari a 10. Ecco, un bambino con l’ipertono applica una forza 1000. Ecco perché il braccio è rigido e il movimento impossibile.

Cercate di evitare espressioni come “FORZA, DAI!” – perché più forza lui ci mette, più difficile diventa il tutto.

Era vero. Nell’acqua – con pazienza – si aprivano mani che normalmente erano chiuse a pugno.

Si distendevano le braccia e i bambini si trasformavano improvvisamente in tanti aeroplani.

Il sonoro, ce lo mettevamo noi.

Dopo un anno in piscina, finalmente venne anche il mio turno.

Un utente fisso.

Utente – che parola tremenda.

Soprattutto perché con quegli occhi blu non aveva proprio niente a che fare.

No, non blu – addirittura grigio blu.

Ci vollero non più di cinque minuti per stabilire che una sfumatura così non l’avevo mai vista.

Forse uno o due in più per innamorarmi anche del sorriso.

Non so cosa succede, nell’acqua – come se il tuo corpo diventasse tramite espressivo di quello di un altro – come a terra non può succedere.

Non so quanto tempo servì ad entrambe, prima che io riuscissi a capire dove voleva essere portata dalla direzione dello sguardo, dal tendesi dei muscoli del collo.

Però mi ricordo esattamente quel giorno, quell’attimo di follia nel gioco.

La sollevai in alto e la lanciai lontano, nell’acqua.

Per una frazione di secondo, pensai di averla uccisa – giuro.

Pensai che avevo di sicuro frainteso i suoi segnali, che non era pronta, che di sicuro in quel momento non riusciva a respirare né a capire cosa fosse successo. Pensai che non si sarebbe più fidata di me, che non si sarebbe più lasciata andare.

Ho vivida in mente l’immagine del suo corpo sotto il pelo dell’acqua – immobile.

Solo un istante –  poi il cervello riprese il controllo e mi precipitai a recuperarla.

Rideva.

Rideva di una risata così enorme e felice, che mi misi a ridere anch’io.

Avevo capito.

Non ci guardava nessuno ed eravamo le sole spettatrici della nostra piccola avventura, che a raccontarla dopo non sarebbe più stata la stessa cosa.

Un momento di magia – mio e suo.