Archive for aprile 2011

P COME PAURA

Quando all’università sentii che una ragazza proponeva ad una mia amica di fare volontariato con i disabili in piscina, lo ammetto, mi sembrò che mi avesse guardato dentro.

Io non potevo. Io non ce l’avrei mai fatta e mi si leggeva. Ecco perché l’aveva chiesto a lei e non a me.

Mi sono proposta con entusiasmo proprio per questo – ma sotto sotto me la facevo addosso dalla paura.

Non sarebbe stato solo uno, sarebbero stati tanti.

Non solo bambini, ma adolescenti, adulti, anche più vecchi di me.

La prima volta – l’odore del cloro e l’aria pesante e umida della piscina – ricordo benissimo quel giorno. Ero nervosa peggio che ad un esame.

Mi si fa incontro un ragazzotto enorme e mi stritola in un abbraccio chiedendomi di sposarlo, finchè un’anima pia non mi sottrae alla morsa delle sue braccia. Più che braccia, sembrano due pale.

In acqua, affianco un tizio che fa volontariato qui già da tempo – e mi guardo intorno – nella piscina dei piccoli ci sono bambini di tutte le età, ognuno con il suo volontario.

Sarà l’acqua.

Sarà il gioco.

Sarà che la diminuzione degli effetti della gravità alleggerisce i corpi e ne attenua le diversità.

Sarà che ridono tutti, tutti insieme.

Insomma – infrango il tabù. E mi diverto. Sul serio.

Torno a casa determinata a continuare.

Credo che quel giorno sia stato uno di quei crocevia della vita, quelli in cui gli eventi ti spingono verso una direzione – anche se ancora non sai che non tornerai più indietro.

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S COME SCHIFO

Nella mia scuola elementare i bambini disabili erano tre, un maschio e due femmine.

La più grande, un paio di classi avanti a me, era autistica e passava tutta la ricreazione a chiacchierare con un cespuglio di rose.

Tra i bambini del mio stesso anno, ma nell’altra sezione, ce n’era uno con la sindrome di Down, famoso perché ogni tanto durante la ricreazione si toglieva tutti i vestiti e rimaneva nudo in cortile.

Poi c’era quella bambina.

Quella con la macchia rossa sulla faccia, quella con un occhio sempre chiuso.

Mi ricordo benissimo che una volta mia madre aveva detto “Nessuno sa cosa ci sia, dietro quelle palpebre”.

Frasi che per un adulto sono banali, aprono nell’immaginazione dei bambini vere e proprie voragini – così per me dietro quell’occhio chiuso e gonfio si nascondevano i misteri che rendevano lei diversa da noi.

Mi faceva paura. Tanta.

E anche un po’ schifo, durante la ricreazione, quando mangiava la merenda.

Sì, insomma: masticava la banana con la bocca spalancata.

Per me era un incubo e durante la ricreazione la evitavo in tutti i modi.

Inutile dirlo, me ne vergognavo tantissimo. Mai, mai a nessuno avrei confessato che mi si chiudeva lo stomaco, a vederla mangiare.

Recuperavo il mio orgoglio un po’ come potevo, magari facendo conversazione con lei in momenti in cui non c’era cibo nelle vicinanze.

Mi sentivo proprio una vigliacca.

Se ci ripenso ora, dopo anni passati con bambini e ragazzi disabili, la parte più difficile è sempre stata questa: stare in mezzo tra loro e gli altri. Trovare un modo per guidare l’interazione. E farlo rispettando anche il diritto del bambino sano ad essere aiutato nelle sue, di difficoltà.

Il senso di colpa non migliora l’integrazione – la conoscenza e il rispetto sì.

F COME FURBO

Al mare, soprattutto in acqua, certe distanze si accorciano.

Forse per questo lui – il bambino spastico – quello che non camminava da solo e parlava a stento, era uno di noi.

Spastico – quando ero piccola si diceva così per tutti quelli un po’ diversi.

Comunque, lui era uno del gruppo “ogni anno, stessa spiaggia stesso mare”.

Anche quando facevamo le piste per le biglie.

SOPRATTUTTO quando era l’ora della merenda.

Quando esagerava e diventava manesco, sua mamma minacciava di fargli “la doccia fredda come ai matti”.

Di solito, bastava.

Che poi, non era mica fredda quell’acqua! Lo sapevamo noi e lo sapevano le nostre mamme.

Ma questa signora robusta e i suoi metodi educativi verso suo figlio spesso suscitavano critiche e sguardi di riprovazione.

Scommetto che ce li avete presenti, quegli sguardi.

Dicono “Poverino!” – sottintedono “Perché lo tormenti, ha già abbastanza problemi!”.

Si dà il caso che il signorino, però, fosse una scheggia in analisi grammaticale.

All’inizio non è che noi bambini ci credessimo molto, ma poi sua mamma ci convinse a provare.

Invece di giocare all’impiccato, sotto l’ombrellone, noi ci inventavamo frasi sempre più difficili.

E lui faceva l’analisi grammaticale.

Un vero portento.

Solo molti anni dopo ho capito: non è poi molto difficile essere buoni, con i bambini.

Ma educare è un’altra cosa.

Significa stare davanti all’altra persona dicendo ok, io ti aiuto a tirare fuori il meglio di te. Sempre.

Perché rispetto il tuo diritto ad essere te stesso.

D COME DIVERSO

Diverso Disabile Distrofico Down Deficiente Differente Distonico D…

Nell’era del politically correct, si cerca di colmare il gap, la separazione tra NOI  e LORO con espedienti linguistici – il più improbabile che ho sentito è stato DIFFERENTEMENTE ABILI.

Se arrivi senza fiato all’ultima sillaba, siamo in due.

Certo per gli appassionati di linguistica e semiotica il linguaggio condiziona il pensiero – e allora cercare parole nuove per realtà che esistono da sempre è sintomo di un nuovo modo di pensare.

Non posso far a meno di pensare, tuttavia, che un aggettivo scelto per definire una categoria ci impedisca di vedere le sfumature – quelle grandi, quelle minuscole – che contraddistinguono il nostro essere individui.

(P come Persona)

Questo blog sproloquia di argomenti del genere.

Lo fa a modo mio.

Lo fa come una specie di tributo a tutti quei bambini e ragazzi molto speciali che ho avuto la fortuna di incontrare, alle loro famiglie e alle altre persone che, come me, a volte hanno inventato insieme a loro nuovi percorsi.

Da questi sono spesso nate avventure incredibili.