19 MAGGIO 2015

Di nuovo, cerco un inizio. Un modo simile per raccontare un mondo diverso. Non lo trovo, mi perdo, non so. Eppure devo, perché tutto quello che è successo quella notte e nei giorni successivi mi lavora dentro da togliere il fiato – ho bisogno di renderlo parole e farlo nel modo giusto, perché sia mio ma condiviso, perché io possa spiegare a me stessa cosa fa di me una persona tanto diversa da due settimane fa. Perché io possa alleggerire un’intensità che col passare dei giorni diventa quasi sofferenza fisica: mi possiede, mi riempie, mi…

Quindici giorni fa sono nata per la terza volta.
Sono nata dalla paura – un terrore indefinito, pesante, che per tutto il tempo dell’attesa mi ha lavorato dentro.
Ho provato a conviverci, con la paura.
Ma ogni cosa che non quadrava, ogni cosa anche piccola, era una specie di segnale d’allarme – e il suo potere su di me aumentava.

18 maggio, il monitoraggio a termine.
Entrare in ospedale per me è come dover sostenere un esame – numeri, standard, medie – mi sento in ansia come se fosse in discussione la mia bravura, non il mio stato di salute.
E anche stavolta il verdetto è inappellabile: l’AFI è basso signora, beva tanto e torni domani.
Ecco.
Lo sapevo.
Mesi e mesi a prepararsi ad accogliere in casa il nuovo membro della famiglia e adesso mi tocca l’ospedale. Di nuovo.
Esco trascinando i piedi – sono sconfitta.

Chiamo B.
B. che ci ha accompagnati fin qui, B. con cui vorrei arrivare alla fine.
Se abbiamo scelto lei, è perché non è arrabbiata. Se per trent’anni aiuti le mamme a far nascere i loro figli, entrando e uscendo dagli ospedali, toccando con mano il significato dell’espressione “violenza ostetrica” e riesci a non essere arrabbiata, allora non mi arrabbierò nemmeno io, qualunque cosa accada – questo ho pensato il giorno che l’abbiamo incontrata.
E adesso ho proprio bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa che mi aiuti a non essere furibonda.
– Proviamo a smuovere qualcosa, proviamo con l’olio di ricino -, questo è quello che sento al telefono.

Subito, il mio cervello si mette in moto. Il mio cervello che è programmato per controllare tutto, raccoglier dati, elaborarli, trarre conclusioni. Il mio cervello attiva il segnale di pericolo, mi propina dubbi, obiezioni, mi dice che così, in fondo, non rispetto più il naturale andamento delle cose – come la volta scorsa, dice, come con Ettore – la testa mi sta per scoppiare.
Ma in modo del tutto imprevisto, stavolta succede una cosa.
Io scelgo LEI.
Decido di fidarmi.
Io, che non mi fido se non di me stessa – spengo il cervello, stavolta.
E decido di farlo così, lasciando a lei la responsabilità di sapere.
È qui, nel bel mezzo di questo lunedì pomeriggio, sotto il sole, che B. smette di essere un’ostetrica per diventare la MIA ostetrica.
E olio di ricino sia.

Ed eccomi qua, alle prese con la macchina del corpo che si mette in moto e che no, non so decifrare. Sono contrazioni? È mal di pancia? Sono forti? Sono io che non so sopportare il dolore?So che ho già partorito, quasi quattro anni fa. Eppure non so leggerli, i segnali del mio corpo. Nessuno mi ha insegnato ad ascoltarlo, quando è nato Ettore. Avevo mille persone intorno. Erano loro a dirmi tutto: se le contrazioni erano forti, come mi dovevo sdraiare, se mi potevo muovere, se dovevo andare in bagno, se potevo spingere.

Ora invece sono sola.
La casa è silenziosa.
Fuori è già buio.
Ettore dorme – Carlo guarda un film.
Potrei chiamare B., ma starà dormendo… e se la chiamassi per niente? Pensa che figuraccia, farla venire fin qua nel cuore della notte, per scoprire che ho solo mal di pancia. No no, resisto ancora un po’. Intanto avviso mia mamma, le dico che potrebbe essere che debba venire per stare con Ettore.

23.30
Tra un dolore e l’altro, sto carponi sul letto e dormo. Poi mi viene in mente che la cucina è un caos – mi alzo e scendo a sistemare. Quando inizia il dolore, penso a tutto quello che ho letto sul lasciarlo arrivare – respiro – mi concentro sul pensiero che prima o poi finisce – ecco, è andato.

00.30 – la cucina è a posto, la lavastoviglie è partita – adesso forse è meglio se la chiamo.
– Dormivi? – chissà perché è la prima cosa che mi viene da chiederle.
Mi scuso.
– Se continui così, tra un’ora richiamami che ci siamo.
E poi dice di cronometrare.
40 secondi, dice – quando durano 40 secondi chiamami.
Riaggancio.
Cronometro. 40 secondi netti. È che richiamarla così, subito, mi sembra proprio una cattiveria.
Così giro per casa – cammino e aspetto.

È saggio, il corpo. Insieme ad un dolore enorme, ci dà la capacità di sopportarlo.
Sono onde, le senti arrivare, si gonfiano sotto alle tue mani, scivolano via. E quando non ci sono più, non ne rimane traccia alcuna.
Respiro. E mentre respiro – stupore – sento che mio figlio si muove.

Avevo preparato la palla – anche la barra per appendermi. Ci sono cuscini, c’è la musica. E invece voglio solo camminare. Schizzo in piedi come un fulmine quando ne sento arrivare un’altra, prima che mi colga seduta o distesa, e misuro a passi veloci la cucina – avanti e indietro – non voglio essere toccata, non posso essere fermata.
Camminare – un passo dopo l’altro, una contrazione dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro – non ricordavo facesse così male.

1.30 – si sveglia Ettore. E piange, a trovare il letto vuoto – mi chiama e piange.
– Mamma, fammi ciucciare.
No. Ti prego, no.
– Mamma per favore vorrei ciucciare.
E ciuccia, abbarbicato alla tetta – mentre il mio corpo si irrigidisce per farne passare un’altra e poi un’altra ancora.
Vorrebbe dormire, abbracciato alla mamma – ma so che se mi sdraio sono persa.
– Tesoro, scendiamo. Il bambino sta per nascere e la mamma non può stare stesa. Chiamiamo la nonna per farti compagnia.

Ed eccoci tutti in salotto, tutta la famiglia – Ettore ora completamente sveglio, Carlo che finalmente ha finito di allestire tutto e io con la mia smania di passi, che prego che mia madre arrivi presto. E arriva, alla fine – e silenziosamente la ringrazio, perché ho bisogno di gestire un figlio per volta, stanotte.
Potrebbe essere ora di chiamare B. – che faccio, la chiamo?! – no, aspetto ancora un pochino. Aspetto perché nella mia testa continuo a pensare che forse non è ancora ora, forse non è tutto così lineare, così interpretabile – forse sono solo io che non capisco, che non so, che…

Di nuovo silenzio, intorno.
Quando è nato Ettore non potevo gridare – non potevo piangere. Potevo solo stringere i denti.
Ora non importa. Ho un solo obiettivo: arrivare alla fine della prossima. E ci arrivo, calcando passi velocissimi, buttando fuori fiato e sillabe, tirando pugni sul muro – grugnendo qualche BASTA. Un piede avanti all’altro – e ancora – e ancora.

2.00 – basta, ora la chiamo. È come se una parte di me avesse paura di essere giudicata – non abbastanza forte, non abbastanza brava, non abbastanza resistente. Ancora una volta, non sono sicura – mi pare che siano forti, spiego – non so, cosa facciamo, dimmi tu.
– Mi preparo e vengo.
È decisa, lei. Tra me e me, e io penso forte, anche se in sussurri: grazie.

Inizio a non avere tregua – ad ogni contrazione sento premere più forte, verso il basso, così forte che mi toglie il fiato – provo a cambiare strategia ma come mi siedo sulla palla mi sembra di morire – cammina, Vale, cammina. Se mi fermo, è la fine.

Faccio pipì – grazie ai 3 litri di acqua bevuti in poche ore su consiglio del ginecologo,  faccio pipì di continuo – e mi accorgo di perdere sangue.
Rosso, brillante – color panico.
Alla contrazione successiva, lo vedo colare, caldo, tra le gambe – ed è di nuovo paura.
– Carlo, chiamala, ti prego.

2.45, credo – eccola. È arrivata. È arrivata a dirmi che va tutto bene.
Sente il battito – quel brivido, ogni volta, finchè non riesco ad individuarlo – distinto, veloce.
– Il sangue va bene, vuol dire che la cervice si dilata. Aspettiamo che finisca la prossima, poi ti visito.
L’attesa di un altro numero – e l’unico pensiero è che di sicuro sarà un 3, un 4 al massimo – un numero che significa che la strada da fare è ancora molta – e io no, non posso resistere ancora per molto – sento che sto per cedere.

E invece no, che i centimetri sono 6, forse 7 – non posso avere una pausa vero? – no, da adesso in avanti sarà così, tu lascia andare.
E sì, da adesso in avanti si fa tutto più rapido, più confuso, più folle.
No, non riesco a controllare il dolore con la respirazione – lo sento e me lo becco tutto, come un tir che mi investe e mi investe di nuovo, ad intervalli regolari. Eppure ne riemergo tutta intera, senza lividi. Lucida quel tanto che basta a sentire che dentro di me anche mio figlio si muove. Siamo svegli entrambi, stanotte.

Parlo a vanvera. Vorrei solo dormire, sono stanca. Basta, basta. Guarda te l’olio di ricino. Dai scendi, forza che non ce la faccio più.

Sento una mano di B. sulla spalla. Ha un tocco leggero, come se non volesse disturbare. So che da qualche parte c’è anche A., come pure Carlo – ma non riesco a vederli. Non riesco a vedere niente e nessuno. Però quella mano mi racconta una cosa che avevo dimenticato.
Parto – partorire – partenza – inizio.
È uno spazio femminile.
È un segreto di donne, che si ripete diverso ma uguale da sempre. Donne che aiutano donne, in una dimensione di condivisione e silenzio che no, non ha nulla a che vedere con l’intimità della conoscenza – è un legame che deriva dall’essere parte dello stesso segreto, dall’essere custodi di qualcosa così enorme da trasformarsi in terrore – se non ci fosse questo filo che ci lega, tutte – questa forza bestiale e brutale che finché dura ci circonda di magia e mistero.
Questo ci rende sorelle.

È il momento di fermarsi. È il momento di scegliere un posto. Mi inginocchio davanti al divano. È buio.
Piango.
Piango senza lacrime. È un pianto lungo, una pausa, un respiro. Piango perché ci siamo quasi. Piango per far scendere la tensione. Piango per la stanchezza.
Piango perché è stato tutto mio, dall’inizio alla fine.
Ecco, la fine. La fine e l’inizio. Sono passate poche ore eppure sembra un secolo fa – le incertezze, i dubbi, le paure di ieri – non esiste più nulla se non il mio corpo che si inarca, qualcosa dentro che spinge.
Non sono io.
Io urlo, impreco, imploro, assecondo – ma la spinta viene da dentro. Sento le tre figure immobili dietro di me, spettatori silenziosi che allestiscono la scena. Sento mormorare qualcosa che non capisco. B. mi dice che non devo aver paura di spingere. Ma io non ho paura, non adesso. Io non devo spingere – io SONO spinta. Sono muscolo. Sono urla.

[Più tardi, quando verrà il sole, sarà mio figlio maggiore a trovare le parole migliori: mamma, ruggivi come una tigre!]

E alla fine è un bambino senza nome, lì, raggomitolato sul bianco del lenzuolo sotto alle mie ginocchia.
È un maschio.
È nudo, bagnato, piccolo.
Urla.
19 maggio – sono le 3.50, fuori è ancora buio – e io ce l’ho fatta.
Ce l’ho fatta a modo mio, vivendo tutto, scegliendo ogni minuto – ma non è stato come l’avevo immaginato.
È stato intenso, doloroso, violento, immenso.
È stato difficile, faticoso, lucidamente crudo.
È stato meraviglioso.
È stato non a modo mio, ma a modo nostro – mio e di quel bambino senza nome.
Accolto da mani ferme, da sguardi come carezze, da un sacro silenzio.

La terza volta che sono nata, sono nata dalla paura.
E so che non sarò mai più quella di prima.
Perché adesso so cosa sa fare il mio corpo – l’ho visto nella sua forza, nella sua vita.
IO SO PARTORIRE.

[A lungo, nei giorni dopo il parto, mi sono sentita in colpa con Ettore per avergli negato la stessa venuta al mondo. Mi ci è voluto un po’ per capire che è grazie a lui, a quello che di me stessa mi insegna ogni giorno, che Timoteo ha potuto nascere così.
Ugualmente, nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile con un compagno diverso da quello che ho accanto.
E posso solo essere eternamente grata alla vita per avermi fatto incontrare B., che con cura e delicatezza ci ha accompagnati, rimanendo sempre un passo indietro perché potessimo essere noi i protagonisti, eppure accompagnandoci con la forza della sua silenziosa presenza.]

Mamma, mi insegni a…?

L’estate ha portato una novità a casa nostra: il nano treenne vuole leggere. O almeno, così dice. Avete mai sentito parlare del metodo Doman? Sì? Beh, ecco, due semplici parole: no way. Cioè, non ci interessa. Perché? Perché a casa nostra non si insegna, si accompagna – e ognuno è libero di imparare quello che gli serve, quando gli serve – o quello che gli va, quando gli va. Non si scandiscono tempi, ma si aggiustano quelli dei grandi su quelli dei piccoli. Non si punta alla meta, ma ci si gode il viaggio. Quindi?! Quindi, oltre ai libri che leggiamo quotidianamente insieme (ma anche volantini pubblicitari, scontrini della spesa, segnali stradali, insegne luminose,…), la necessità di spedire qualcosa ad una famiglia di amici ci ha permesso di iniziare una nuova esperienza. Risultato?! Ve lo racconterò quando lo scoprirò. Per ora il nano ha colorato un disegno (attività che disdegna alla grande) per la prima volta in vita sua. Avere un destinatario è emozionante! lettera per amici

M come Mamma

Questo blog è nato dalla mia passione per il mio lavoro.
Questo blog è nato per le persone che mi hanno cambiata dentro, per le scoperte che mi hanno sbalordita, per i luoghi comuni che mi hanno fatta incazzare, per condividere un modo di avvicinarsi alla disabilità Diverso.
Poi, nella vita, capitano delle cose.
In questo caso, capitano delle Persone.
Anzi, in questo caso capita un figlio.
Un figlio che, stando ai documenti, è un bambino uguale a tanti bambini.

È così che la mia vita è cambiata.
È così che ho fatto scelte che non avrei mai creduto.
La prima: lasciare non solo il lavoro, ma l’idea di lavorare.
E poi una seconda, una terza, una quarta,…

È così che son diventata diversamente mamma.
Ho scoperto che sta cosa dell’essere diversi non te la togli facilmente di dosso. Che quando inizi a guardarti dentro e lo fai ad un’età in cui le persone a cui permetti di giudicarti sono sempre meno, cogli la diversità in ogni sfaccettatura del tuo vivere quotidiano.
E finisce che, manco a farlo apposta, intraprendi strade che non solo sono diverse, ma spesso pure bislacche. Assurde. Impensabili.

Sarà che mio figlio, a ben guardarlo, è un bambino diverso da tutti gli altri – e non solo perché ama girare nudo e ha i capelli lunghi.
È che a stare con un bambino 24 ore al giorno, vedi cose che non pensavi esistessero. Scopri il mondo in modo completamente diverso.
Diverso, ecco. Di nuovo. È più forte di me: non riesco a fare a meno di scriverlo.
Da quando sono diversamente mamma, la diversità mi fa ancora meno paura.

 

Oltre il corpo

E’ passato quasi un anno. Non volevo pubblicarlo qui – poi volevo accorciarlo – poi boh.
Sapete una cosa? Ho deciso che questo è ciò che mi rende diversa. Se sia fuori posto in questo blog, decidetelo voi. Io ve lo pubblico come l’ho scritto.

Oltre il corpo

Ettore compie oggi 6 giorni e per la prima volta stamattina ho avuto il coraggio di prendere uno specchietto e dare un’occhiata là sotto.

Ho trattenuto il fiato.
Mi aspettavo uno spettacolo raccapricciante, uno scempio.
E invece no.
Si è aperta. Lo ha lasciato passare. Si è richiusa.
Come una porta.
Ho respirato di nuovo.
Da sei giorni parlo del mio parto, lo racconto, lo rivivo – in un certo senso lo esorcizzo, forse.

Ma è solo quando resto da sola, quando ci penso invece di parlarne, che mi sale questo senso di rabbia e onnipotenza, di frustrazione e insieme di sollievo.
Sono stata capace di partorirlo io, centimetro dopo centimetro.
Eppure l’ho fatto a modo loro, non a modo mio.
Oppure l’ho fatto nonostante loro.
O ancora, un po’ questo e un po’ quello.

Tutto inizia il 6 luglio verso le 8 del mattino.
Il nanetto avrebbe dovuto affacciarsi oggi.
Mentre guardo il profilo dell’ospedale che abbiamo così attentamente scelto stagliarsi grigio e cementoso contro il cielo limpido d’estate – mentalmente chiedo mille volte scusa a mio figlio per aver deciso di farlo nascere in un posto così brutto.

Di lì a poco il monitoraggio – fianco destro, fianco sinistro, signora ‘sto bambino proprio non si vuole svegliare – facciamo pure un video che quando sarà grande gli voglio far sentire quanto veloce gli batteva il cuore – signora venga che ora la visito – e io che non amo molto essere toccata dagli sconosciuti, sono talmente serena e rilassata che stavolta lascio fare, non sto lì nemmeno molto a chiedere cos’ha da frugare tanto.

Signora, sto scollando le membrane – così mi dice la specializzanda con il nome di una velina – e lo faccia pure – sto scollando le membrane – lo dice mentre lo fa e poi aggiunge che potrebbero iniziare le contrazioni, oppure no, chissà.
E io torno a casa contenta con il mio referto che dice: collo accorciato del 50%, dilatazione 1 cm.
Contenta perché la macchina del mio corpo si è messa in moto, contenta perché lo spauracchio dell’induzione si allontana.

Respiro.
Vado a camminare nel verde.
Parlo con l’alieno minuscolo che da mesi si è annidato nel mio utero e gli dico che ci siamo, che dovremo fare un grande sforzo ma lo faremo insieme.
E gli dico che sono stanca di aspettare, perché sono circondata da cose meravigliose e mi sento impaziente di scoprirle insieme.
Dai nano, muoviti a nascere.

Internet è stato, dopo Carlo e il mio meraviglioso ginecologo trevigiano, il più grande compagno di viaggio in questi nove mesi. Come fosse un oracolo, l’ho consultato per sapere tutto quello che volevo sapere – per capire quali scelte, quali possibilità, quali metodi esistessero – per cercare di trovare l’ambiente e l’approccio giusto per il nostro parto.
Essere razionale è nella mia natura – essere informata è per me un obbligo morale, un impulso irresistibile, non una scelta.
Anche stavolta, l’oracolo non mi delude.
Scollamento delle mebrane: pratica che consiste nello staccare leggermente con una manovra manuale le membrane dalla parete dell’utero. Viene praticata per indurre le contrazioni al termine della gravidanza. Non sempre è efficace.

In parole povere: la velina ha cercato di indurmi il parto.
Così, senza nemmeno chiedermi il permesso.
Solo perché il nanetto il giorno della data prevista sta dimostrando di non avere nessuna fretta.
E senza nemmeno sapere se quello che ha fatto servirà a qualcosa.
La decisione doveva essere mia, non sua.
Il corpo è mio.
Il figlio è mio.
Mi sento in colpa, perché non ho provato a fermarla.
Mi sento come se mi avessero fatto violenza.
Per la prima volta dall’inizio della gravidanza, piango.

Il 7 luglio ci piace proprio tanto come data. Un bambino che sceglie di nascere il 7 del 7 sarà ovviamente una forza della natura.
Mi faccio passare la rabbia, complice Carlo che mi riporta con i piedi per terra: membrane o non membrane, nostro figlio sta per nascere.
E non farmi rovinare questo momento da fattori esterni è un dovere non solo verso me stessa, ma anche verso di lui.
Stasera mi merito una pizza col gorgonzola. C’è chi si consola col cioccolato, io vado di formaggio.
Vado a letto presto, per recuperare la notte precedente.
Il nanetto potrebbe decidersi da un momento all’altro. Ma evidentemente il 7 luglio non gli piace.

Non dormo molto: all’una dell’8 luglio, qualcosa inizia a premere, stringere, spingere.
Spedisco Carlo a dormire di sopra, così posso concentrarmi, cercare di capire come funziona, abituarmi poco a poco all’idea di quello che sta per succedere.
Provo a riaddormentarmi ma ogni volta che sono lì lì per assopirmi, una nuova ondata di malessere si impadronisce della mia pancia – non è ancora dolore, ma continua a crescere.
Giro per casa, finisco di sistemare la borsa per l’ospedale, faccio anche una doccia veloce, mannaggia che non mi sono lavata i capelli ieri sera.
Cronometro tempi.
Verifico durate.
Alle 4 sveglio Carlo.
Proviamo ad andare all’ospedale, l’ostetrica aveva detto dopo due ore, ne sono passate tre, vediamo cosa dicono.

Immagine surreale: i corridoi del reparto color gialloeblu ikea deserti e bui. Un’inserviente che uccide le zanzare contro il muro con gli zoccoli di gomma.

Silenzio.

Un’ostetrica mi fa accomodare nella saletta d’attesa e va a chiamare il medico di guardia.
Si affaccia sul vano della porta la faccia assonnata della specializzanda-velina.
Sono serena e ho da tempo seppellito l’ascia di guerra, le sorrido, chiacchieriamo, le presento Carlo.
Signora secondo me è prestino, le faccio il monitoraggio e poi la rimando a casa per qualche altra ora.
Fantastico – così si va a fare colazione – mi merito cappuccio e brioche, alla faccia dell’alimentazione naturale.
Ma sto bambino non ne vuole sapere di svegliarsi signora – perché, lei non preferirebbe essere a casa nel suo letto, scusi? – si metta di fianco che proviamo a scuoterlo – ancora con sta storia del fianco, il nanetto non si muove se io sto sul fianco, si muove se sto a pancia in su – ma da quanto non lo sente muoversi, signora? – ma ti pare che con le contrazioni io mi preoccupo di star là a sentire i suoi movimenti?

Così monitoraggio fisso, per un’ora buona.
Poi visita con verdetto numerico: 2 cm di dilatazione.
Che sono pochini, lo so da me – ottimo, penso, si torna a casa.
Inaspettatamente, invece del tanto atteso andate pure a fare colazione, la velina mi dice – signora, mi segua: la ricoveriamo.
Brioche e cappuccio sfumano miseramente davanti ai miei occhi.

Mi tocca la STANZA LILLA. Il lilla è un colore piuttosto schifoso, secondo me.
Io vorrei la Blu, perché c’è la vasca per il parto in acqua. Ma mi sarei accontentata anche della Gialla. Purchè non fosse la Lilla, anche la Rossa comunque andava benissimo.
Che la Rossa sia però fuori discussione, lo capisco subito dalle urla disumane che ne escono.
La Blu non me la propongono nemmeno.
Pazienza, vada per la Lilla.
Le urla disumane aumentano di intensità.
Ad ascoltare con attenzione, non è solo una donna ad urlare, ma le fa eco un uomo.
Non capisco se urlano qualcosa di intellegibile o se sono grida e basta.
In ogni caso, mi si accappona la pelle.
Signora, non si inquieti, mica è sempre così: questo non è un parto fisiologico.
La notizia non è che mi rassereni più di tanto.
Al piano di sopra, lavori in corso – o almeno così suggerisce il rumore di trapano che fa da sottofondo.
Benedico il trapano, perché maschera le urla.
Quasi mi auguro che in breve passino al martello pneumatico.
Mi tappo le orecchie e passeggio in giro.
Carlo immortala la cosa in un video, divertito.
Stronzo.

La porta della Stanza Lilla si apre ed entra Margherita.
Ancora non ne siamo consapevoli, ma lei sarà la nostra compagna di viaggio.
Vorrebbe mandarci fuori dalla stanza, al bar.
Tu queste cose non le devi sentire, sei qui bella tranquilla, ti agiti per niente – vorrei anche vedere! – via via, fuori da qui, non ti voglio rivedere prima di due ore.
Si riaffaccia la prospettiva cornettoecappuccio – mi piace a pelle da subito, ‘sta Margherita.
A rovinare l’idillio, si intromette saccente la dottoressa-velina: la signora ha un tracciato non bellissimo, deve rimanere sotto monitoraggio.
Come poi possa essere bello un tracciato, lo sa solo lei.
Poca variabilità, dice.
Non ho idea di cosa significhi, ma in ogni caso io ho sentito il cuore del nanetto battere bello forte, senza mai rallentare – e quindi mi basta.
Però a lei non piace lo stesso.
Capisco subito che il mio destino per le prossime ore è quello di starmene sdraiata con ‘ste sonde rotonde attaccate alla pancia.
Manco a dirlo, sdraiata sul fianco.
Non un fianco qualsiasi, ma il fianco destro.
Così mi tocca guardare il tracciato tutto il tempo.

Il tracciato mi dà la versione oggettiva dell’intensità delle mie contrazioni.
40 – 60 – 40.
Ne parte una che mi sembra dolorosissima, invece il tracciato, lui, registra che è più lieve della precedente.
Pausa.
Un’altra.
Mmmmh.
Cerco di guardare altrove, ma l’occhio mi casca sempre lì.
Nel frattempo dalla Stanza Rossa le urla continuano ad arrivare sempre più forti.
Adesso sento distintamente cosa urla la donna: basta, basta, basta.
Gesù.
Margherita torna accompagnata da una dottoressa con la stazza e il portamento a metà tra un mastino napoletano e un caterpillar. Più un caterpillar, a dire il vero.
Guardano ancora lui, il tracciato.
Caterpillar non commenta – in compenso mi visita e si mette a frugare là sotto nel bel mezzo di una contrazione.
Mi sfugge un gemito – uno solo – perché sono fermamente decisa a mostrarmi bravissima.
Però avrebbe anche potuto aspettare qualche secondo.
Pazienza.
Inizia un gran viavai di gente – c’è un’altra dottoressa, Anna – un’ostetrica – qualche OSS.
Della dottoressa Anna, capisco che non è in turno ma si è fermata per dare una mano.
A quanto pare, i bambini si sono messi d’accordo per nascere tutti insieme.
Le sale sono piene e c’è un sacco di confusione.
Anche lei fa la domanda di rito: come si chiama questo bambino?
Eh, non si sa.
Guardi che i bambini senza nome si rifiutano di nascere.
Non si preoccupi, questo qui ne ha due, solo che non vogliamo dirli a nessuno.
Ma che tipo di nomi sono?
Nomi importanti.
Ma si possono indovinare?
La benedico mentalmente, la dottoressa Anna.
Sia io che lei sappiamo bene che è solo un tentativo di impegnare la mente in altro, portarla altrove per aiutare il corpo a sopportare, a non pensare al tempo che passa, al dolore che cresce.
Lo sa anche Carlo – e forse proprio per questo si dedica con tanto entusiasmo a trovare indizi – controllando che non portino mai troppo vicino alla soluzione.
Questo gioco alleggerisce la tensione di tutti.
Sbaglierò, ma sento che sto andando bene.
Ce la posso fare.
Persino le urla dalla Stanza Rossa non mi fanno più tanto effetto.

Finchè Margherita mi dice: ti rompiamo il sacco.
E perché, scusa?!
Vogliamo controllare che il liquido sia limpido, sai, il tracciato non ha molta variabilità – ancora! – quindi per precauzione Caterpillar ha deciso che…
Tanto io lo so che il nano sta bene, si è solo messo tranquillo perché tutte ste contrazioni lo scombussolano.
Però se ci tenete proprio così tanto, rompete ‘sto sacco.
Guarda, sentirai tirare e poi il liquido caldo che esce – sento, sento – ora ti dobbiamo inserire il dispositivo per il monitoraggio – un altro? – poi ti uscirà un filo che dobbiamo attaccare alla macchina – ottimo, tipo donna bionica – il liquido è limpido – io l’avevo detto – ora ti mettiamo questo, va bene? – non mi pare di avere alternative, giusto? – ok, lo inserisco – dio che male, ferma tutto che non ce la faccio – scusa, eri in contrazione? Riproviamo – ahia che male, ferma!
Fortuna che la dottoressa Anna si occupa del terzo tentativo – stavolta non sento niente – il mio utero ringrazia sentitamente.
Peccato che c’è poco da ringraziare, lo scopro di lì a poco.
Dopo la rottura del sacco, le contrazioni si fanno di colpo decise, tanto forti da togliermi il fiato.
E va a farsi benedire anche tutta la mia concentrazione, quella del ecco, arriva, respiriamo a fondo, un-due-tre, ecco che diminuisce, ci siamo è passata, ok.
La cosa prende più la piega del eccone un’altra – merda – no no no – dio che male – ma quando finisce – cristo santo – basta basta basta – IO NON CE LA FACCIO.
Al posto del passo a due con il mio corpo, all’improvviso in testa c’è posto solo per questo unico, enorme, imperativo pensiero:

IO        NON            CE            LA            FACCIO.

Vi prego, fate qualcosa. Avete voluto rompermi il sacco, adesso rimediate voi e fate qualcosa.
Vi supplico.
Non ne posso più.

Tra un picco e l’altro, resto esanime sul lettino. In qualche momento non meglio identificato, mi sono tolta i vestiti e adesso sto lì così, nuda, sdraiata, inquieta come una balena arenata sul bagnasciuga, impotente con tutti i fili che mi partono dal corpo, ad aspettare che il dolore torni.
Non posso far niente.
Solo aspettare e pregare che ritardi un pochino, un pochino soltanto, giusto per avere il tempo di riprendere fiato.
E invece – ci risiamo.
Corpo contratto per gli spasmi che gli partono da dentro – come posseduto.
Margherita le prova tutte per aiutarmi a rilassarlo, ‘sto corpo, ma soprattutto per spegnere la testa.
Io, che credevo avrei partorito in acqua, cantando e urlando, invece ho bisogno di silenzio. Ho bisogno di non dire, di non rispondere, di non dovermi muovere –  come in una sospensione di tempo e spazio, rimanere appesa al ritmo di quel dolore che è il mio presente eterno, qualcosa oltre cui non posso e non voglio guardare adesso.
Forse, avrebbe funzionato.Forse così ce l’avrei fatta.
Peccato che in breve la Stanza Lilla si trasforma in una piazza da mercato, un viavai di gente con camici di colori diversi, parlano di me, parlano tra loro – ti ho portato il libro che mi hai chiesto – ieri sera so che è andata fuori a cena con… – ma ti pare che entrano tutte in turno nel pomeriggio e adesso siamo solo in due a…
In mezzo a loro, lei: Caterpillar.
Adesso la visito.
Gesù Cristo, no.
E infila ‘sta mano maledetta, e fruga – che male – la supplico dottoressa così non ce la faccio, aspetti un momento, la prego.
Ma Caterpillar in fondo sta solo facendo il suo dovere, giusto?
E paga di questa sua consapevolezza, guarda il monitor oltre la mia spalla, oltre la mia supplica, oltre le mie lacrime.
Il suo viso non tradisce la minima emozione.
Non un segno di cedimento.
Una tosta, Caterpillar.
Alla mia sinistra, Carlo ha la faccia di uno che ha appena preso un pugno alla bocca dello stomaco.
Per un attimo, immagino lui – mio eroe – che le mette le mani al collo e stringe forte.
Ma è solo un attimo.
La verità è che mio figlio è da qualche parte laggiù, ancora intrappolato chissà dove – e preme per uscire.
E io non so cosa devo fare.
Non so distinguere i segnali del mio corpo, che dopo la rottura del sacco si sono fatti confusi, contraddittori.
Tutte le informazioni che mi hanno dato in questi mesi, non sono sufficienti per CAPIRE.
Ne sono sicura, ho bisogno di loro, di tutta quella gente che entra ed esce dalla mia stanza lanciando occhiate frettolose ai monitor, al letto, a me.
Senza di loro di certo non posso farcela.
Adesso, sono nelle loro mani.
Fa un male cane.
Sono distrutta.
Inizio a perder colpi.
Supplico, imploro, prego – non ce la faccio più.
Qualcuno può dirmi quanto devo sopportare ancora?
Caterpillar mormora uno dei suoi verdetti numerici, forse un 5 – ma io ho smesso da tempo di interessarmi alla mia dilatazione.
5, 6, 7 – in ogni caso manca ancora TEMPO ed è tutto tempo che io non voglio aspettare.

E poi, mi dice la fatidica frase: signora, non spinga.
Se anche sentisse che deve spingere, non spinga.
La dilatazione non è completa, quindi rischierebbe di lascerare l’utero.
Mi raccomando, non spinga.
Ah, per la cronaca: la dilatazione procede bene.
Bene? Solo in seguito avrei scoperto che la mia dilatazione proseguiva la sua folle corsa al ritmo di 2 cm l’ora.
In quel momento riuscivo solo a pensare che non dovevo spingere.
Ma poi, cosa vuol dire spingere?
Che tipo di spinta è?
Con cosa dovrei spingere? Con gli addominali? Con l’utero? Con la muscolatura intestinale? Con cosa?
E cosa vuol dire sentire di dover spingere? Quanto forte?
Scusate tanto, se non ho mai partorito prima.

Inizia una lotta ad armi impari con il mio corpo.
Qualcosa, lì in fondo, preme per scendere ad ogni contrazione.
Ma IO NON DEVO SPINGERE, sennò mi rompo – l’ha detto Caterpillar, LEI SA.
E io sono brava e ubbidiente. Eseguo gli ordini.
E ad ogni contrazione per evitare di spingere, stringo.
Trattengo.
Un male cane, ma non sto spingendo.
Non mi merito una medaglia?!

E di nuovo sono tutti intorno a me e si parlano – ancora una volta parlano di lui, del tracciato.
Che non piace a nessuno, sto tracciato, ormai l’ho capito. Quasi mi fa simpatia, così, solo per difenderlo, mentre tutti si accaniscono contro di lui.
Confabulano, parlottano – io tendo le orecchie, cerco di capire cosa si dicono – ehi! state parlando del MIO tracciato – ma colgo solo parole e smozzichi di frasi.
Il bambino è ancora lì, da qualche parte.
E se fosse in difficoltà?
Se non ce la facesse a uscire?
Come sta?
Di lui, nessuno mi dice nulla – e io inizio a diventare sospettosa.
Forse non mi dicono niente perché non possono fare niente.
Forse non mi dicono niente perché non POSSO fare niente.
Vogliono pensarci loro senza che io interferisca troppo.
MA CHE CAZZO STA SUCCEDENDO?

Margherita è la mia ancora di salvezza.
La tempesto di domande, poverina: chiaro segnale del panico che avanza.
Ed è lei che mi apre gli occhi, finalmente.
Quelle che sento, sono contrazioni – niente a vedere con le spinte.
Sento premere perché ora, adesso, mentre siamo qui, mio figlio, con la lentezza di un bradipo, si muove anche lui.
Lentamente, cerca la strada.
Fammi vedere cosa ti viene spontaneo fare quando ne arriva una.
Ecco, così.
NON STAI SPINGENDO.
Ah, no?!
No, se spingessi, me ne accorgerei.
Che scoperta incredibile: quella sensazione io la posso assecondare, invece di combatterla.
Respiro.
Quelli che seguono sono i momenti più belli del mio travaglio.
In silenzio.
Carlo mi massaggia la schiena.
Margherita mi tiene la mano.
Tutto quello che devo fare è lasciare che le contrazioni si susseguano, come onde.
Le osservo arrivare, crescere, gonfiarsi e poi spegnersi.
Diventa quasi bello.
Riesco a sorridere.
Ora le cavalco. Ora ci sono.

Ok, dice Margherita – adesso proviamo a vedere se sblocchiamo anche gli ultimi centimetri.
Bacchetta magica?!
No, doccia calda.
Mmmmh.
Io non ho voglia di muovermi sul letto, figuriamoci di alzarmi e andare fino alla doccia.
Ma mi fido, di lei mi fido.
E doccia sia.
Siedo su uno sgabellino ikea rosa maialino – in un attimo di follia cerco anche di ricordare il nome di quella linea – poi il getto di acqua calda sulla pancia mi fa quasi svenire: una contrazione fortissima degli addominali, che spingono da soli, mentre io mi esibisco in una serie di conati di vomito, sotto lo sguardo allibito di Carlo, che ormai subisce in silenzio ogni mio cambiamento di stato.
Che cazzo mi succede?
Che quelli fossero i famosi ultimi centimetro, l’avrei capito solo in seguito.
Da questo momento in avanti inizia la mia lotta con il miscelatore.
Visualizzate la scena: partoriente nuda sotto la doccia, seduta alla meno peggio su uno sgabellino disegnato per bambini di 3 anni, piedi puntati contro il muro per fronteggiare l’attacco delle contrazioni, sempre più frequenti.
E mano sul rubinetto a cercare la temperatura dell’acqua ideale per rilassarsi.
Troppo calda – gelida – ancora bollente – fredda – da ustione… questo giochino non è propriamente rilassante.
‘Fanculo la doccia, io voglio uscire da qui.
Carlo, chiama Margherita.
A questo punto ho perso ogni decenza – se la povera ragazza è l’unica disposta ad ascoltarmi, beh, ne approfitterò all’inverosimile.
Mi sono rotta di essere brava.
Carlo, chiama Margherita e dille che io voglio uscire di qui.
Torno al mio lettino.
Mi riattaccano i fili – non sia mai che smettano il monitoraggio, eh?!
Margherita esce, per rientrare subito dopo con un’altra novità.
Ora ti mettono una cannula attaccata alla vena.
Facciamo degli esami del sangue.
Ci scommetto, questa è un’idea di Caterpillar.
La dottoressa vuole visitarti e poi farti l’ossitocina, così fai più in fretta.Non so che ore sono, non so da quanto tempo sono in questa stanza.
Ma OSSITOCINA insieme con VISITA sono come parole magiche.
Di colpo, sono sveglia.
Di colpo, torno IO.
NO.
L’OSSITOCINA NON LA VOGLIO.
E BASTA CON LE VISITE.
ADESSO MI LASCIATE IN PACE.
‘Fanculo – questo non lo dico ma lo penso.
IO VOGLIO SPINGERE.
D’accordo, forse il tono non è perentorio e deciso, è un po’ piagnucoloso.
Di sicuro piango mentre lo dico.
Ma lo dico. Finalmente.

La dottoressa Anna entra proprio in quel momento per salutarci.
Sta per andare a casa – beata lei.
Mi trova in lacrime e vuol sapere cosa sta succedendo.
Senti che devi spingere?
Sì – ho di nuovo tre anni, mi hanno rubato il giocattolo, lo rivoglio.
O forse ne ho 300, ho già partorito migliaia di bambini, ne sono capace ma tutti intorno a me si rifiutano di ammetterlo.
Scavalca Caterpillar, la dottoressa Anna – e si prende la briga di visitarmi – e cavolo ci credo che vuoi spingere, la testa è qui. Margherita, guarda qua.
Carlo, la dottoressa si è appena guadagnata di diritto di essere la prima a conoscere il nome di nostro figlio.
Posso spingere.
HO IL BENEDETTO PERMESSO DI SPINGERE.
Posso FARE qualcosa.
Finalmente.
Ok, ora iniziamo con le spinte. Poi, quando arriva la mia collega per il cambio turno…
Come la tua collega, Margherita, te ne vai?
Eh, alle 13.30 devo timbrare il cartellino.
E allora, diamoci una mossa.
Due spinte in piedi. A peso morto sulle braccia di Carlo.
Il resto distesa.
Come nei film in tivvù.
Altro che posizioni alternative e parti acrobatici: mani sulle ginocchia e via, non mi interessa cambiare posizione, voglio solo spingere.
Spingere è bellissimo.
Sono nata per spingere.
Vai che vedo la testa.
Spingo.
Posso chiederti una cosa?
Spingo.
Dimmi.
Spingo.
Hai i capelli?
Spingo.
Si, un sacco.
Ci riprovano: apri di più le gambe, che lo aiuti.
Mi afferrano le ginocchia, una per lato – e tirano.
Un male cane, ancora.
Ma stavolta, io ci sono – FERME, stop, non serve, faccio da sola, ma voi state ferme.
Dopo poco li vedo anch’io, i capelli: una pallina nera che sbuca dal mio corpo.
E a questo punto non lo spingo solo, ‘sto bambino – lo accompagno fuori, con gentilezza ma con fermezza – sento i muscoli che lo spostano un centimetro alla volta – dai su, non fare il timido, vieni fuori.
Sono passate solo 5  (C I N Q U E) ore dall’inizio del travaglio.
Cinque ore in cui sono stata visitata, tormentata, rigirata, in cui ogni istinto in me è stato messo a tacere, ignorato, soppresso.
Cinque ore di ansia a non sapere cosa stesse succedendo – a me, a mio figlio.
Cinque ore in cui sono stata – per loro – solo un corpo da cui far uscire una cosa – il più velocemente possibile.
Il COME non era importante – IO non ero importante.
Per fortuna, alla fine ho avuto la forza di dire basta.
Per fortuna, mio figlio è uscito a modo nostro.
Ettore Lupo è nato alle 13.29, tra le mani di Margherita.
All’ostetrica del nuovo turno non è rimasto che qualche centimetro di pelle da pulire.
Mio figlio ha aperto gli occhi, sorretto subito dalle mie mani, mentre mi sentivo in bilico tra la tenerezza e un incredibile senso di onnipotenza.
È nato grazie ad un’ostetrica e una dottoressa che, per fortuna, non hanno ancora perso la capacità di ascoltare le persone che hanno di fronte.
E grazie alla silenziosa ed incrollabile presenza di suo padre al mio fianco, che poco dopo mi ha sussurrato all’orecchio – Capito, tesoro mio. Mai più ospedali, promesso.
Il prossimo figlio nascerà a casa nostra.

UNA MILANO DIVERSA

Ho otto mesi ma non sono scemo.
Che mi è capitata una famiglia strana l’ho capito subito.
Sì, perchè noi non facciamo mai le cose normali. La nostra è proprio una famiglia diversa.

Insomma: la domenica di solito gli altri bambini vanno al parco.
Noi no.
Noi domenica siamo andati al campo nomadi.
Io un po’ ho dormito. Non mi pareva che ci fosse niente di interessante da vedere.
C’era un gruppo di adulti che parlava. Facevano un sacco di domande.
Il papà controllava che la mamma non andasse a ficcare il naso in giro.
Insomma, ho preso sonno.

Poi però quando mi sono svegliato mi son guardato meglio intorno.
Caspita: anche lì ci sono famiglie diverse!!
Vivono in casette piccine, alcune belle altre un po’ sgarrupate.
C’è un sacco di spazio e tutti i bambini vanno in giro in stormo, come i piccioni in piazza Duomo, solo che loro hanno le biciclette al posto delle ali.
C’è anche una famiglia che alleva i cavalli, hanno un pony piccolo piccolo e i bambini hanno un calesse vero e ci giocano ad andare alla fiera, come in quella canzone del topolino che mi canta sempre la mamma.
Una signora con i capelli neri neri e gli occhi verdi ha raccontato alla mamma che al campo ogni domenica fanno una festa – e cantano, e ballano, tutti insieme.
Le bambine erano gentili e sorridenti, quando la mamma mi ha cambiato si sono messe dietro al vetro della macchina a farmi le boccacce per farmi ridere.
C’erano un sacco di alberi e anche le capre tibetane.

Mamma, mi ci porti anche domenica prossima?

il campo nomadi di via idro

DIVERSAMENTE BLOG!

La rete a volte diventa un luogo.

E in questo luogo si fanno incontri.

Gli incontri sono virtuali – ma le persone sono incredibilmente reali.

Come Emma. Come Daniela, che della sua vita con Emma racconta la storia.

Dentro c’è tutto quello che deve esserci: tenerezza, paura, rabbia, amore, gioia. Senza buonismo. Con grande onestà.

Perchè il percorso di Daniela ed Emma è diverso – di quella diversità di cui vorrei parlare quando scrivo – quella che arricchisce chi la incontra.

Il resto lo lascio alle parole di Daniela.

www.guardaconilcuore.org

AL SUPERMERCATO…

Preferisco far la spesa il lunedì mattina, con i pensionati.
Preferisco la lentezza esasperante del lunedì mattina alla velocità nevrotica del sabato pomeriggio.
Soprattutto da quando faccio la spesa col nano – e mi muovo tra gli scaffali come una tartaruga.
Il nano, bello infilato nella fascia, continua ad occupare esattamente il posto che gli spettava otto mesi fa, solo che ora dalla mia pancia sbucano piedi, mani e testa.
Girovaghiamo tra gli scaffali alla ricerca di tutto quello che potrebbe servire a noi – felicemente dimentichi dell’opportunità di scrivere una lista prima di uscire di casa.

Arriviamo all’altezza di una commessa, intenta a sistemare gli scaffali.
Si volta. Sorride.
Il nano sorride e protende le manine grassocce.
La commessa gli allunga un dito.
– Ciao bellissimo!
– Ghè ghè. [gorgheggi naneschi]
– Buongiorno signora, ma che bel bambino, quanti mesi ha?
– Otto.
– Caro!
– Ghè ghè. [il nano è maschio. Terribilmente vanitoso.]
La commessa sorride e gli parla dolcemente.
Il nano si protende tutto. Gli manca solo la coda del pavone.
Le afferra il dito e non lo molla, tutto bava, gengive e sorrisi.
Lei, delicatamente, gli bacia la manina.
– Arrivederci signora! Tanti auguri e complimenti ancora!
Sorrido e ringrazio.
La commessa torna a sistemare gli scaffali.
Io mi avvio spedita verso l’angolo della corsia.
Appena in tempo! Ho già la lacrimuccia che mi scende.

La lacrima non nasce – sappiatelo – dal mio orgoglio materno.
La commozione – che rivivo anche ora, ripensandoci – dipende dal fatto che scene come questa riscattano le persone con sindrome di Down da tutti i pregiudizi.
Una basta a dimostrare che l’errore – quando il risultato è diverso da questo – sta nel nostro modo di pensare, agire, educare.
E poi – sì, lo ammetto – persone come questa commessa mi rendono decisamente più piacevole fare la spesa.

[Questo post doveva uscire ieri, 21 marzo, per la Giornata Mondiale della Sindrome di Down.
Prendetevela con mio figlio – io sono sempre stata una persona puntuale.]

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